Questo case study pratico di Social media marketing documenta la strategia sviluppata per Stradora, un retailer Made in Italy locale, con l'obiettivo…
Continua a leggere
Nel mondo della profumeria di lusso esiste un problema evidente: come si può raccontare un profumo online, se chi legge non può sentirlo? Da sempre, questo compito è affidato al copywriting, che usa le parole per trasformare note olfattive invisibili in immagini, emozioni e desiderio.
Con l’arrivo dell’Intelligenza Artificiale generativa, questa dinamica cambia. Oggi anche le macchine sono in grado di scrivere testi eleganti e ben strutturati. Ma possono davvero sostituire la sensibilità umana nello storytelling sensoriale?
Questo articolo racconta un esperimento concreto: tre modelli di AI (ChatGPT, Gemini e Claude) sono stati messi alla prova con lo stesso brief creativo per scrivere i contenuti digitali di un profumo fittizio, ispirato a un’icona della profumeria di nicchia. I testi prodotti sono stati confrontati, in modo anonimo, con copywriting umano di riferimento.
I risultati mostrano che l’AI è veloce ed efficace, ma fatica a creare testi davvero memorabili. Nel lusso olfattivo, l’AI si rivela uno strumento utile, ma non un sostituto dell’esperienza e dell’intuizione umana.
Prima di analizzare l’esperimento, è necessario capire perché il copywriting nel settore della profumeria è così diverso da qualsiasi altro settore. Quando si vende un capo d’abbigliamento online, si possono mostrare fotografie. Quando si vende cibo, si possono usare video.
«Ma l’olfatto non passa attraverso lo schermo. Questa limitazione crea quello che viene definito gap sensoriale: la distanza incolmabile tra il prodotto reale (la fragranza) e la sua rappresentazione digitale (il testo, le immagini).»
Nel mercato di massa, questo gap viene colmato con liste tecniche: “Note di testa: bergamotto, limone. Note di cuore: gelsomino, rosa”. Nella , però, questo approccio non funziona. Chi spende cifre elevate per un profumo non acquista una lista di ingredienti, ma un’emozione, un’atmosfera, un’identità. Qui entra in gioco lo storytelling sensoriale: l’arte di trasformare formule chimiche in esperienze vissute. Invece di limitarsi alle “note di fico”, il copywriter evoca “il latte dolce che cola dal frutto spaccato sotto il sole di mezzogiorno”. La domanda cruciale diventa: questa magia narrativa può essere replicata da un algoritmo?
«L’AI non “crea” nel senso tradizionale del termine. Ricombina. Analizza milioni di testi esistenti e produce combinazioni statisticamente plausibili di parole che “suonano bene” insieme.»Quando le si chiede di scrivere la descrizione di un profumo luxury, l’AI estrae pattern da migliaia di descrizioni già pubblicate online e genera una “media ottimizzata” di ciò che statisticamente funziona. Il risultato? Testi formalmente corretti, grammaticalmente impeccabili, ma pericolosamente prevedibili. Nel mass market questo non è un problema. Nel lusso, dove l’originalità è parte del valore del brand, testi troppo prevedibili rischiano di indebolire il messaggio.
Per testare davvero i limiti dell’AI nel copywriting luxury, è stato progettato un esperimento controllato che eliminasse la possibilità di “copiare” testi esistenti.
È stato creato un prodotto fittizio chiamato “Il Ritorno a Kýthira”, che nascondeva la piramide olfattiva esatta di Philosykos di Diptyque: fico, cedro, legno… Philosykos è considerato un capolavoro di storytelling geografico: leggendo la sua descrizione originale, non vengono elencati ingredienti, ma si viene trasportati fisicamente in Grecia, sotto l’ombra di un albero di fico centenario.
«L’obiettivo era verificare se l’AI, senza sapere di dover imitare un capolavoro esistente, potesse ricreare autonomamente quella stessa magia narrativa.»
È stato costruito per ChatGPT, Gemini e Claude un documento strategico dettagliato: scenario di lancio e-commerce per un pubblico alto spendente, tone of voice che fonde il minimalismo intellettuale di Byredo con l’evocazione geografica di Diptyque, regole creative stringenti (nessun termine commerciale banale, obbligo di costruire sinestesie originali) e deliverable specifici: descrizione prodotto per e-commerce, caption per Instagram, email newsletter e Meta Ad.
I testi generati dalle AI sono stati mescolati con il copy umano originale di Diptyque e sottoposti a un questionario anonimo che valutava originalità delle metafore, coerenza con il tone of voice luxury, profondità evocativa, capacità di sintesi e coinvolgimento emotivo complessivo. Le domande aperte permettevano di esplorare dimensioni emotive impossibili da quantificare numericamente.
Il testo prodotto da Gemini era “approvabile ma dimenticabile”. Struttura impeccabile, linguaggio elevato, tono coerente con il lusso. Il problema emerge nelle scelte metaforiche: frasi come “una carezza di legno di fico” o “una promessa sussurrata dal vento” sono belle, ma non originali. Sono esattamente il tipo di metafore che l’AI ha imparato ad associare al lusso perché appaiono con frequenza statistica alta nei testi premium online.
Manca completamente quel dettaglio sensoriale inaspettato: il copy umano di Diptyque descrive “il latte dolce del fico”, un’immagine specifica, tattile, quasi viscerale. Gemini lo riduce a una generica “linfa lattiginosa”. Tecnicamente corretto, emotivamente sterile.
Il testo di ChatGPT sembrava il migliore dei tre. Frasi come “pagine che respirano ricordi” o “un pensiero che si schiude lentamente” suonano letterarie, quasi poetiche. Ma l’analisi strutturale rivela un difetto fatale: ChatGPT segue una formula matematica rigida. Ogni paragrafo rispetta lo stesso schema: ingrediente + metafora visiva, ingrediente + metafora emotiva, ingrediente + metafora temporale.
Il problema è che la memoria olfattiva umana non funziona così. Quando si annusa un profumo, non si percepiscono gli ingredienti in ordine cronologico perfetto. C’è un disordine, un’imprevedibilità che rende l’esperienza reale. ChatGPT è troppo perfetto, troppo ordinato. Questa perfezione formale tradisce la sua natura algoritmica.
Claude è stata la vera sorpresa. Il suo testo utilizzava sinestesie specifiche come “sentore lattiginoso” e “calore resinoso del legno invecchiato”, avvicinandosi pericolosamente alla qualità del benchmark umano.
Ma le risposte qualitative del questionario hanno rivelato qualcosa di sottile: i lettori trovavano il testo “bello”, “elegante”, “ben scritto”, ma mancava qualcosa. Mancava lo spazio per l’interpretazione personale. Il copy umano di Diptyque offre un’immagine sensoriale e poi si ferma, lasciando riempire i vuoti con i propri ricordi. Claude offre un quadro già completo, perfettamente definito, dove tutto è esplicitato. Ha eseguito alla perfezione il “come” (la tecnica), ma non ha colto il “perché” (l’intenzione emotiva unica).
Instagram è stato il punto debole per tutte e tre le AI.
Gemini ha spiegato l’emozione: “Un viaggio sensoriale per chi cerca la quiete”. Sta letteralmente dicendo al lettore cosa deve sentire, invece di farglielo provare. ChatGPT è rimasto intrappolato in un registro troppo letterario, mancando il gancio visivo necessario a fermare lo scroll compulsivo. Claude è caduto nella “trappola della cartolina”, chiudendo con “Un’estate che non finisce mai” e usando emoji generiche che abbassano drasticamente il tono percepito del brand.
Il copywriter umano, al contrario, vince per sottrazione strategica. Scrive meno, evita hashtag commerciali, si fida dell’intelligenza estetica del pubblico di nicchia. Non spiega che il profumo evoca nostalgia; lascia che sia il lettore a sentirla spontaneamente
«Nel lusso di nicchia, la comunicazione sussurra, non urla. E tutte e tre le AI hanno urlato.»
Il confronto finale dei dati ha portato alla luce un risultato inequivocabile: nel copywriting luxury ad alta intensità emotiva, l’AI non può competere con l’umano. Non ancora, almeno.
La differenza fondamentale sta nel processo generativo: L’AI produce il “probabile”. Analizza pattern statistici di milioni di testi e genera combinazioni che massimizzano la probabilità di “suonare bene”. Crea la media ottimizzata di ciò che ha già visto. Il risultato è formalmente corretto, ma emotivamente prevedibile.
L’Umano produce il “vissuto”. Attinge a esperienze sensoriali personali, ricordi specifici, associazioni uniche che nessun altro avrebbe fatto. Il copywriter di Diptyque che scrive “il latte dolce del fico” probabilmente ha davvero schiacciato un fico maturo e visto colare quella linfa biancastra. Non l’ha letto da qualche parte. L’ha sentito.
Questa differenza spiega perché il copy umano vince nelle valutazioni qualitative. I lettori descrivono i testi delle AI come “corretti” o “professionali”. Descrivono il testo umano come “evocativo”, “sorprendente”, “mi ha fatto tornare in mente…”. C’è un salto empatico che la macchina non riesce ancora a compiere.
Inoltre, il testo umano contiene quelle imperfezioni strategiche — piccole rotture sintattiche, associazioni logicamente non lineari, salti temporali — che paradossalmente lo rendono più credibile ed emotivo. L’AI, nella sua ricerca della perfezione formale, elimina proprio quegli elementi di “disordine” che rendono un testo memorabile.
Il verdetto non è “l’AI è inutile” né “l’umano è obsoleto”. È qualcosa di più sfumato: si sta entrando nell’era del copywriting ibrido. L’AI non deve sostituire il copywriter, ma potenziarlo. Il ruolo del professionista sta evolvendo da “scrittore” a “curatore editoriale“: qualcuno che sa orchestrare l’efficienza computazionale della macchina mantenendo il controllo sulla strategia emotiva.
Il copywriter stabilisce la direzione creativa fondamentale: quale emozione si vuole evocare? Quale ricordo si vuole riattivare? Quali sinestesie specifiche distingueranno questo brand? Questa fase richiede sensibilità culturale, intelligenza emotiva, esperienza vissuta. Non è automatizzabile.
L’AI produce rapidamente decine di varianti strutturali: adattamenti per diversi canali, versioni per A/B testing, traduzioni ottimizzate per SEO, formati standardizzati per campagne multi-piattaforma. Questa fase sfrutta la velocità e l’efficienza computazionale della macchina.
Il copywriter rivede criticamente gli output dell’AI e inserisce il “tocco finale“: quella metafora inaspettata, quella rottura sintattica deliberata, quel dettaglio sensoriale specifico che trasforma un testo corretto in un testo memorabile. Aggiunge l’imperfezione strategica, la singolarità emotiva, la memoria vissuta.
Il vantaggio di questo approccio è duplice: efficienza operativa (l’AI gestisce il 70% del lavoro ripetitivo) e profondità creativa (l’umano può dedicare più tempo alla fase strategica veramente critica).
Nel contesto della profumeria di lusso, dove le parole devono compensare ciò che non si può annusare, l’AI produce testi solidi ma spesso prevedibili. L’esperienza umana, con le sue intuizioni e imperfezioni, resta fondamentale per creare un racconto davvero coinvolgente.
Più che una sostituzione, il futuro del copywriting luxury appare come una collaborazione: la macchina accelera il lavoro, l’essere umano dà significato alle parole.
A cura di:
Questo Case Study è parte di un progetto sviluppato da Sofia Bolognesi nell'ambito del corso di Comunicazione e Digital Media presso l'Università degli Studi di San Marino. Nasce con l’obiettivo di analizzare in modo critico il ruolo dell’Intelligenza Artificiale nella creazione di contenuti digitali per il settore del lusso. In particolare, il lavoro intende mostrare come l’AI possa rappresentare un valido strumento di supporto operativo, ma anche mettere in evidenza i suoi limiti quando si tratta di comunicazione emotiva e storytelling, elementi centrali nel copywriting di alta gamma.
Titolo di studio: Laureanda in Scienze della Comunicazione (Università di Bologna)
Email di contatto: bolognesi.sofia394@gmail.com
Questo case study pratico di Social media marketing documenta la strategia sviluppata per Stradora, un retailer Made in Italy locale, con l'obiettivo…
Continua a leggereIl caso studio “Pupa Man” analizza l’introduzione della linea skincare maschile di Pupa Milano, evidenziando il suo tentativo di avvicinare il pubblico…
Continua a leggere